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15 gennaio 2007
Il mio amico Franco
Il 14 gennaio è una data un po’ speciale, è il compleanno del mio amico Giuseppe, compagno di banco per cinque anni di liceo, il mitico “G. Marconi” di Foggia. Cinque anni seduto alla mia destra, lui che si è sempre creduto molto più a sinistra di me. Un compagno di banco resta, anche quando finisce con andare a lavorare a Verbania e capita di non vedersi per tre anni consecutivi e sentirsi come se ci si fosse scolata l’ultima birra insieme appena ieri notte. Dieci anni fa, invece, arriva una telefonata. “Ciao, Franco, sono mamma”. È stupefacente la capacità di capire dal tono di quattro parole, le più solite che ti capita di ascoltare al telefono da quando vivi lontano da casa, che è successo qualcosa. Anzi: QUEL qualcosa, quello che sapevi oramai doveva accadere da un giorno all’altro. “lo sai chi è morto?”. è sorprendente la dote che hanno alcune persone nel dare certe notizie senza neppure dirle, in due parole secche e dure e pure con la leggerezza che una persona normale non riuscirebbe a trovare nemmeno se studiasse per una vita origami lessicali. Quanto dura posare la cornetta del telefono? un secondo, forse trentatre anni, tanti quanti sono stati quelli che sono passati nella testa di chi oramai da tempo sapeva che sarebbe finita così, nella speranza che quel giorno non giungesse mai. Trentatre anni iniziati in un cortile, a due passi da casa della nonna, dove passavamo le mattine perché mamma e papà lavoravano, e poi il nido, l’asilo, le scuole elementari … finanche i boy scout insieme… poi le strade che si dividono, gli incontri sempre più sporadici, le notizie che diventano di seconda mano, di terza, brutte. Dapprima mi diceva qualcosa tuo fratello che però adesso non mi dice più niente, solo accenni, smorfie sempre più sdegnate, rabbiose, rancorose. I tuoi genitori sembrano più vecchi di dieci anni eppure ricordo averli incontrati solo pochi mesi fa. E la tua vita che sembra ricopiata pari pari dai libri, dai documentari, dalle interviste alle famiglie di quei ragazzi, a quei ragazzi che narrano il loro inferno, la loro caduta nella spirale della droga, i soldi rubati a casa, i gioielli, “le cattive amicizie”, la comunità, la fuga, il ritorno, ed ancora via. Ricordo, caro Franco, quando ci incontrammo quel pomeriggio sotto casa. Oramai per me era già “l’altra casa”, per te no, i tuoi sono rimasti sempre lì. Anche tu. Da quando tempo non ci vedevamo? Capimmo tutti e due che tutti e due sapevamo dell’un l’altro. E tutti e due tornammo i bambini che giocavano a pallone su quel marciapiede all’uscita di scuola, dalle suore, quando a nove anni mi investirono e tu corresti a citofonare a mia madre. Non eri cambiato per niente, sempre con quel sorriso allegro e timido, tutti e due con la voglia di non sapere, perché non è vero che non ci si vergogna delle proprie cazzate con il proprio amico, perché non è vero che non ci si vergogna a rimproverare delle sue cazzate il proprio amico. Semplicemente perché non serve. Gli amici si capiscono, non parlano. Ci salutammo e non ci vedemmo più. Almeno non tu a me. Tuo fratello forse continuava a serbarti rancore ma doveva averlo lasciato da qualche parte mentre amorevolmente ti spingeva sulla sedia a rotelle, per andare in ospedale, quel pomeriggio.
| inviato da il 15/1/2007 alle 15:7 | |
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